Durante il Covid passavo molto tempo sul terrazzo di casa.
Davanti a me c’era una vallata.
Dietro di me c’erano anni di corse.
Scadenze. Obiettivi. Strategie. Numeri.
Una vita piena.
Eppure avevo la sensazione di essermi persa qualcosa.
O forse qualcuno.
Me stessa.
In quel periodo tante persone avevano paura per il lavoro, per il futuro, per le aziende che chiudevano.
Io avevo paura di un’altra cosa.
Di smettere di sentire.
Mi ero accorta che vivevo di frenesia e non di sensazioni.
Correvo.
Funzionavo.
Producevo.
Ma non mi stavo ascoltando.
Quando siamo tornati in ufficio quella sensazione è diventata ancora più forte.
Monitor. Tastiera. Dati. Risultati.
Tutto corretto.
Ma non era più sufficiente.
Così ho fatto una scelta che molti non hanno capito.
“Ma chi te lo fa fare?”
È probabilmente la frase che ho sentito più spesso. Ed era una domanda legittima.
Perché stavo lasciando una strada che appariva sicura.
Marketing. Project management. Strategia.
Per ricominciare da capo.
La risposta l’ho trovata nei miei primi colloqui da recruiter.
Pensavo di selezionare persone.
Invece mi sono accorta che stavo facendo qualcosa che mi era mancato per anni.
Ascoltare.
Aiutare.
Fare emergere possibilità che l’altra persona non riusciva ancora a vedere.
E poi sono arrivati i primi grazie.
Quelli non richiesti.
Quelli che non erano per un’assunzione.
Erano per una prospettiva diversa.
Per una domanda giusta.
Per un consiglio arrivato al momento giusto.
Lì ho capito che avevo fatto la scelta giusta.
Oggi lavoro nelle risorse umane, studio psicologia e accompagno persone e imprese nei momenti di cambiamento.
Ma in fondo combatto sempre la stessa battaglia.
L’inconsapevolezza.
Perché molte persone non sono bloccate.
Sono semplicemente troppo occupate a correre per ascoltarsi.
E se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è questa: l’intuito spesso sa già dove dobbiamo andare. Il problema è che il rumore intorno a noi ci impedisce di sentirlo.